Ti racconto un quadro

Nel 2010 ho realizzato un libro dal titolo "Ti racconto un quadro" dove ho voluto fare un esperimento e unire pittura e scrittura. Lo ripropongo a distanza di 15 anni. 

E' nato prima il quadro o il racconto? Difficile dirlo. Questo progetto non è nè un catalogo di libri nè un insieme di racconti, ma un esperimento dove ho voluto provare ad unire due espressioni artistiche differenti. Perc ciascuno dei 10 temi lo spunto viene sempre dalla realtà... il resto è fantasia!

5/1/2026

STIRARE MI CONSOLA

 

Sembra assurdo, ma stirare mi consola. Perché? Perché non manca mai. Certo spesso mi lamento di avere sempre lì una pila di roba stropicciata, ma devo essere sincera e ammettere che è uno dei mestieri di casa che preferisco. Innanzitutto non manca mai, è una costante, se da un lato alle volte snerva, dall'altro è consolante per le seguenti ragioni:

  • rilassa, è un mestiere ripetitivo, ma con tutta una serie di varianti (camicie, lenzuola, pantaloni, magliette, …) e lo puoi fare in qualsiasi momento, basta accendere il ferro. Alle volte, se si è nervosi, basta stirare qualcosa per sfogarsi (non è necessario esaurire sempre la pila);

  • gratifica perché è bello vedere una massa informe di vestiti e biancheria che “magicamente” si impila tutta ordinata occupando la metà dello spazio;

  • fa risparmiare. Partendo dal presupposto che si deve stirare, pur selezionando le cose, perché non è bello e metterebbe a disagio andare in giro con abiti stropicciati, senza contare il piacere di dormire in un letto con lenzuola pulite, lavate e stirate o apparecchiare una tavola con una bella tovaglia senza pieghe, facendo un rapido calcolo in media si dedicano al ferro da stiro circo 6 ore alla settimana. Se si dovesse pagare qualcuno per farlo, anche solo a 5,00 € all'ora, sarebbero 30,00 € alla settimana, moltiplicate per 52 settimane in un anno, sarebbero 1.560,00 €, non è forse risparmio questo? Dunque: a me il ferro da stiro!


CERCANDO L'ISPIRAZIONE

 

Alle volte l'ispirazione viene così, spontanea, da sola, senza cercarla; altre volte devi inseguirla, metterti sulle sue tracce, guardarti intorno e osservare, per arrivare a quel qualcosa che ti ferma e ti fa dire: “Ecco, l'ho trovata!” In entrambi i casi il risultato è il coinvolgimento in quello che fai. Così, cercando tra libri illustrati l'occhio si è fermato su uno di farfalle... già di farfalle, con tutti i loro affascinanti colori.

La farfalla è spesso stata bistrattata per via del preconcetto legato ad essa che ne fa un simbolo di leggerezza e vanità. Con il suo svolazzare da un fiore all'altro non dà garanzie di sicurezza o fedeltà, ma perché questo pregiudizio? In fin dei conti altri insetti svolazzano da un fiore all'altro, si pensi alle api. E' vero che queste ultime hanno anche una funzione produttiva con miele e cera, ma è forse colpa delle farfalle? Le farfalle non producono niente, ma ci affascinano con i loro colori, con la loro leggerezza. La loro vita, che sorge da un brutto bozzolo, ci insegna che tutto è mutamento e ci dà speranza: da qualcosa di brutto e insignificante può nascere qualcosa di meraviglioso. Ci sembra poco questo? La farfalla va rivalutata. Ci insegna che la vita segue il suo corso e va presa anche con un po' di leggerezza, che non vuol dire superficialità, ma capacità di relativizzare le situazioni per viverle nel modo più sereno possibile.

 

Grazia era solita arrabbiarsi moltissimo per i più svariati motivi covando rancore, indurendo il suo cuore, vivendo male con sé stessa e con gli altri. Un giorno sua nonna le disse, così, di punto in bianco, senza apparente motivo: “Bisogna essere un po' soavi nella vita”. Soavi... cosa avrà mai voluto dire? Per vent'anni ha pensato a quella frase, spesso prendendo il vocabolario per cercare il significato della parola soave (= che dà sensazioni fisiche o spirituali piacevoli e delicate/ facile/ agevole/ lento/ calmo), perché sentiva che se avesse afferrato il significato di quella frase tutto le sarebbe stato chiaro e svelato come si svela un enigma.

Ora sa cosa intendeva la nonna, ma l'ha imparato dall'esperienza, non dal vocabolario: nella vita ci vuole un po' di leggerezza che, giustamente dosata, aiuta a vivere serenamente.


IL TETTO CROLLERA?

I.

Quando è morta mia nonna, circa 10 anni fa, è stato uno shock. Aveva 90 anni, è stato uno shock. Ho scoperto che non si è mai pronti alla perdita di una persona cara, qualsiasi età abbia. Comunque il legame tra noi non si è spezzato perché a volte viene a trovarmi nei miei sogni dandomi messaggi preziosi. Il concetto di tempo però nell’altra dimensione è diverso dal nostro, così capita che un messaggio non è immediatamente comprensibile. Dopo circa 3 mesi dall’evento mi sono sognata la nonna seduta su una sedia in camera sua, che guardava un’enorme buco nero nel pavimento, era molto perplessa, ma non agitata. In compenso grande era l’agitazione mia e di altri parenti per quel fatto. Questo sogno è impresso nella mia mente come se l’avessi fatto stanotte e solo dopo parecchi anni sono riuscita a dargli un significato. Ma andiamo per ordine. In seguito mi sono sposata, ho avuto due figli, ho cambiato due case in affitto. Una notte, era settembre, mi sogno che compro una casa per il prezzo di 150.000,00 euro, ricordo l’angoscia di quel sogno perché 130.000,00 li avevo, ma non sapevo assolutamente come fare a trovare gli altri 20.000,00. Da quel momento ho iniziato a stressare mio marito perché comprassimo una casa nostra, era una fissazione. Non avevamo la disponibilità economica e il marito, razionale, sosteneva, giustamente, che era troppo presto per pensare ad un acquisto del genere. Nonostante questo, spinta da un moto interiore, nonché dal ricordo di quel sogno, ho cominciato a leggere tutti gli annunci immobiliari della zona e a fare telefonate. Mi sono così fatta una cultura su cosa nascondono gli annunci “vendesi” senza riuscire a trovare niente di adatto a noi. Siamo pure andati a vedere qualche appartamento. In particolare io mi ero innamorata di una casetta del centro storico che faceva orrore a mio marito. Secondo me era una meraviglia, il prezzo abbordabile, con giardino, in rovina, tutta da rifare,su due piani, senza allacci all’acquedotto e alla fognatura, bellissima, un rudere, insomma: improponibile. Ricordo che io ero entusiasta perché aveva un fascino tutto particolare, mio marito era sconvolto non so se più per la casa o per il mio entusiasmo. Sta di fatto che non se ne è fatto niente, ma mentre tornavamo a casa, non so nemmeno io perché, ho pronunciato questa frase profetica rivolta al mio coniuge: “Guarda che se per caso vendono la casa di mia nonna, lì mi impunto”.

Novembre, la casa di mia nonna viene messa in vendita! Divento matta, non so come, ma la devo comprare io. Il marito è perplesso, non sa se scherzo o faccio sul serio, teme che faccia sul serio. I soldi? Pochi. Il prezzo? Non è chiaro. Prima mossa da fare: convincere il marito. Gli descrivo l’appartamento come un luogo meraviglioso, casa cinquecentesca, centro storico, locali ampi, tranquillità, ci abitava la nonna. L’inquilino se ne va, la casa è libera, andiamo a visionarla: marito sotto shock. L’appartamento è al secondo piano senza ascensore, è un rischio? In un domani tutte quelle scale … e se siamo vecchi e non riusciamo a farle? Insomma un po’ di ottimismo! Mia nonna ci ha vissuto fino a 90 anni e nessuno ha mai dovuto portarla. Comunque siamo arrivati, le scale le abbiamo fatte, entriamo: apriti cielo! Dentro: il caos. Confusione, disordine e sporcizia: uno sfacelo. I pavimenti sono neri, quelli in legno sono in condizioni pietose, quelli di piastrelle un disastro. Ovunque ci sono cicche da masticate sputate per terra, nere e ormai tutt’uno col pavimento, dappertutto ci sono spilli, fili, stoffe, monetine, barattoli di marmellata per terra, aperti, mangiati a metà e con ancora il cucchiaino dentro. Le condizioni generali: pessime. Non aiuta il fatto che i tubi dell’impianto idraulico e del riscaldamento sono tutti a vista, i muri sporchi, la cucina indescrivibile, il bagno peggio, probabilmente mai areato, con il muro ammuffito, cotton-fioc dappertutto non li ho contati, ma credo che fosse “naturale” buttarli per terra. In più una stanza non era visionabile, la più bella, quella di mia nonna dove l’avevo sognata che guardava il buco nel pavimento. Era chiusa a chiave perché non compresa nei locali affittati in quanto destinata a deposito di mobili e altro. Per finire il solaio e lo stanzino sovrastanti: da rifare, il tetto non si sa a quando risale e il solaio è aperto, casa dei piccioni. Nonostante le condizioni in cui l’appartamento si presenta il mio entusiasmo è tanto, so com’era e so come può diventare quella casa, non mi lascio impressionare dalle apparenze. Il marito invece è perplesso, non si capacita della mia insistenza, lui che la sua casa se l’è sempre immaginata nuova, con l’ascensore, senza problemi strutturali o di manutenzione di rilievo! Non cedo. Lo devo convincere, lo convincerò, l’ho convinto! Ancora oggi non so come. Già, perché si presenta un altro problema non da poco: il tetto crollerà? Il signor Pico, proprietario del piano di sotto e di metà solaio sostiene di sì e se ha ragione?


CERTE VOLTE ...

 

Come ogni cosa anche una mela può essere vista da diversi punti di osservazione sia oggettivi che soggettivi (stati d’animo) e per fortuna è così, non siamo una macchina fotografica che si limita a riprodurre la realtà, ma, consapevoli o no, la interpretiamo.

 

Certe volte siamo “interi”, pienamente noi stessi, contenti di noi stessi, sicuri e sereni, senza dubbi, consapevoli delle nostre capacità e pronti a sfidare il mondo.

 

Certe volte siamo “divisi a metà”, incerti di fronte ad una scelta, ad una svolta, dubbiosi sul da farsi e con la paura di sbagliare, di non fare la scelta giusta.

 

Certe volte siamo “affettati”, ci sentiamo divisi nei diversi ruoli che ci troviamo a vivere: in famiglia, sul lavoro, nella società; ma comunque consapevoli di essi e anche se capita di fare fatica a coordinarli riusciamo a gestire le varie situazioni.

 

Certe volte siamo “a pezzi” e ci sembra che tutto ci crolli addosso, ci sentiamo svuotati e angosciati e abbiamo paura di non saperci ricostruire, ma ricordiamoci che siamo sempre noi.


ORIENTARSI

 

Ottobre, finalmente la grande avventura inizia: Lia va all’Università. Questo comporta andare a vivere fuori casa, in una città di pianura, non vede l’ora. Ha preso il treno il giorno prima, si è sistemata e oggi comincia. La facoltà l’ha scelta lei e le piace, le compagne sembrano simpatiche, ha già fatto qualche amicizia, ma c’è una cosa che non riesce a capire: perché continua a perdersi? E’ presto detto, non riesce a orientarsi, ma su cosa ci basiamo quando ci orientiamo? Istinto? Ragionamento? Ha imparato il tragitto stazione-casa e casa-Università, ma non appena cambia strada, esce da una parte diversa ... ecco, si perde. E’ orgogliosa quindi preferisce non chiedere alla gente dov’è la tal via, ma spesso si trova a girare a vuoto o in tondo senza capire dov'è e va nel panico. Non capisce, non ha mai avuto problemi di questo genere e poi non è più da pochi giorni che si trova nella nuova città e questo inizia a preoccuparla.

Tardo pomeriggio, è stanca di studiare, fa una pausa e guarda dalla finestra, rimane meravigliata: c’è un bellissimo tramonto, tutto è arancione, ma ... tutto è piatto! Come una rivelazione capisce cosa manca in quel luogo: le montagne! E senza montagne i punti di riferimento per orientarsi. Abituata a vivere tra le Alpi ha sempre dato per scontati i punti cardinali e orientarsi è sempre stata una questione d’istinto, bastava guardare in alto, ma se le montagne non ci sono ...

Ora sa cosa deve fare, semplicemente trovare altri punti di riferimento, un campanile, una casa, un negozio, il problema è risolto.


LA CAFFETTIERA

 

Per i miei 29 anni mio marito mi ha regalato una valigetta di legno con dei colori a tempera, dei pennelli e delle tele. E' stato uno dei regali che più ho apprezzato nella mia vita. Avevo due figli piccoli, uno di 3 anni e uno di 7 mesi, ma da allora, spesso con loro, ho cominciato a dipingere. Avevo molte idee e poca tecnica, per questo negli anni successivi ho frequentato dei corsi di pittura dove sicuramente ho acquisito più tecnica, ma, in modo inversamente proporzionale, ho perso in idee e originalità. Quando ho compiuto 40 anni ho stabilito che non avrei più fatto corsi, sarei andata avanti con le mie gambe con quello che sapevo e, come per magia, dopo un po' la mia creatività si è risvegliata, forse perché consapevole che non mi sarei più fatta condizionare dai giudizi altrui. E' così che ho ritrovato una certa spontaneità nei miei lavori che alle volte mi riportano alla sensazione provata nel dipingere “La caffettiera”. Avevo appena ripreso in mano i pennelli, dopo quel fatidico regalo di tanti anni fa, e mi dilettavo in quadretti nei ritagli di tempo. Un giorno dopo averne fatto uno, non ricordo quale, mi erano avanzati dei colori nel piattino e in cinque minuti ho fatto “La caffettiera”, così, di getto. Sono rimasta molto sorpresa per l'istinto che mi ha preso di provare a realizzare un quadretto in quattro e quattr'otto e ancora più sorpresa del risultato che mi ha lasciata soddisfatta.


ODIO I GATTI

 

C’è poca luce, direi penombra. Sono in un posto indefinito, non chiuso, ma circoscritto, sono di spalle e non mi muovo. Posso muovermi, ma non lo faccio perché so che basta un attimo di distrazione e loro mi assalgono. Loro sono tanti, sono agguerriti, sono gatti che mi fissano, fanno versi agghiaccianti con le loro bocche spalancate che mostrano denti aguzzi e affilati, con i loro artigli pronti ad attaccarmi.

Mi vogliono attaccare, ferire, uccidere e non so perché, si muovono agili e crudeli, a volte a scatti e con grandi balzi cercano di saltarmi addosso. Per tenere sotto controllo la situazione so che non devo muovermi e fissarli a mia volta come se non mi facessero paura anche se dentro di me ho un’angoscia infinita, sono terrorizzata e vorrei trovarmi in tutt’altro posto e situazione, ma non posso scappare, sarebbe fatale!

I felini diventano sempre più feroci e iniziano l’attacco con versi e artigli, so cosa devo fare per fermarli. Mi concentro e finalmente, al volo, riesco ad afferrare la testa di uno di loro, l’afferro e la stringo. Il gatto si dimena e cerca di artigliarmi in tutti i modi, per questo tengo il braccio teso, così le sue zampe non mi raggiungono, gli altri sembrano impazziti. Stringo sempre più la testa che ho in mano, con pugno chiuso, serrato, senza mollare o allentare la presa anche se la cosa mi ripugna, è uno sforzo enorme. Il gatto si agita sempre meno fino a quando sento che tutto il suo corpo si affloscia: è morto. Finalmente sono salva, l’ho ammazzato e posso svegliarmi, anche questa volta l’incubo è passato; dentro di me rimane un misto di angoscia e sollievo ... come in un paesaggio notturno dove un gufo tace e non porta cattivi presagi.

Una volta avevo paura dei gatti, mai avrei pensato di poterne avere uno. Ma la vita ci può sorprendere e ora ho una bellissima gatta nera di nome Mea!


Spero che i miei lavori ti piacciano, se vuoi puoi inviare un tuo commento utilizzando il modulo qui a fianco.

Grazie